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SOCIETA'
11 ottobre 2007
Piovono accordi
La mattina che chiusero la fabbrica, mio padre era l’unico che cercava ancora di forzare i picchetti. Ci provava invano da tre settimane. Contro il parere della Fiom, che era per la lotta dura e senza paura. Contro il grosso degli amici, che la pensava esattamente come il sindacato. Un paio di volte lo fecero passare, poi più niente. A casa ce ne accorgevamo subito perché ritornava con il cartone del latte ancora chiuso: da contratto, non avevano smesso di distribuirlo.

Uno degli ultimi giorni, una delegazione fu ricevuta in Comune da una giovane di belle speranze appena approdata in Consiglio. Promise lavoro per tutti. Dopo meno di un anno, ne aveva trovato un altro per sé, stavolta alla Regione. Mio padre mi disse che quelli della Fiom erano peggio, perché loro non erano degli imbecilli. La loro era tutta malafede.

Non so di che malafede parlasse, a dire il vero. So che era uno di quelli che alle assemblee votavano sempre per entrare. Quando gli riusciva di superare i cancelli, la sera tornava a casa felice. Una volta gli chiesi il perché. Mi rispose che quelli erano gli ultimi soldi che era sicuro di vedere. E che ne aveva bisogno.

Mio padre votò per entrare anche l’ultima volta. L’ultima prima del fallimento. Poi i cancelli vennero chiusi, i picchetti sciolti, e gli operai cominciarono a guardarsi intorno. Della Fiom non era rimasto nessuno. E chi ricordava le promesse della giovane di belle speranze, le dimenticò in fretta. Mio padre ricominciò tutto da solo.

Un giorno che era in buone, gli domandai perché era andata a finire così. “Perché gli operai se non ci sbattono il muso non sono contenti”, mi rispose.

Del referendum sul welfare, non credo di volergli parlare. Bastano e avanzano le parole di allora. 
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