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letteratura
7 giugno 2009
Il gusto del cloro


La storia è di una semplicità quasi disarmante. Una piscina fa da sfondo all’incontro tra due ragazzi senza nome. Lui è impacciato e il mercoledì nuota perché glie l’ha prescritto il medico; lei ha un passato da atleta e, nonostante sembri inavvicinabile, presto accetta di insegnargli tutte le dritte per lo stile dorso.

“Il gusto del cloro” procede per lunghi silenzi (bellissime le sequenze sott’acqua, con il colore che ricopre le matite e fa sparire i contorni) e si tiene a debita distanza dalla retorica ad effetto o dalla tentazione di rifugiarsi in qualche metafora troppo esplicita.

Bastien Vivés costruisce tavole apparentemente semplici, ma con inquadrature molto ricercate che indugiano sugli sguardi e giocano con le prospettive. Certo, il debito nei confronti di Gipi è evidente, ma l’autore (classe 1984) ha una freschezza e una consapevolezza espressiva che prevalgono sul resto, sbavature comprese.

“Il gusto del cloro” è una lettura che, per qualche ragione inconscia, mi ha riportato a certi film di Abbas Kiarostami, al pudore e alla lentezza calcolata con cui sanno sviscerare i sentimenti. Una vicenda semplice, che conquista perché raccontata in maniera mai banale.
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maggio