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blog involontario
16 dicembre 2005
ERO NUDO DAVANTI AL MIO SPECCHIO E TUTTO IL RESTO ERA ALLE SPALLE

Le mie ferite erano la mappa di tutti i miei guai. Viste allo specchio formavano un disegno ordinato, un percorso di segni rimasti dentro e in superficie, ma in realtà erano solo un intrico che non sapevo sbrogliare. Poi conobbi Silvia, e mi fu subito chiaro che, di tutte le coincidenze che m'ostinavo a scambiare per destino, l'ultima, quella che m'avrebbe guarito, non poteva che avere un nome soltanto.

Quel giorno scelsi vestiti che m'andavano larghi, comodi da portare e facili da togliere: pantaloni chiari e pieni di tasche, calzini a quadri intonati alla camicia di flanella, scarpe morbide e senza stringhe. Mentre salivo le scale, per farmi coraggio ripetevo l'elenco che sapevo a memoria. Lei mi aspettava in soggiorno, seduta sul sofà con le gambe incrociate. Le avevo chiesto di avere pazienza fino alla fine, di guardarmi soltanto. Se decidi di spogliarti di tutto, ogni parola diventa superflua.

La prima traccia, e Silvia doveva saperlo, m'era rimasta nel cuore. Avevo diciassette anni e già da tre lavoravo come apprendista magazziniere in una florida ditta di confezioni. Incontrai Elena alle scuole serali. Ci innamorammo subito come capita in certe storie che si vedono nei film, ma a lei non interessava il lieto fine ed io ero troppo orgoglioso per ammettere che il mio cuore era a pezzi e non sapevo il perché. Così ci lasciammo. Rimaneva il progetto di una vita diversa e un figlio che doveva arrivare e che il destino ha voluto non vedessimo mai. Gli anni che seguirono li sprecai a dimenticare.

La seconda traccia, spiegai a Silvia, è quella che m'attraversa il ginocchio. Non ricordo chi guidasse il muletto quel giorno, so che all'improvviso mi trovai con il piede destro schiacciato sotto le ruote e i legamenti del ginocchio non ressero alla torsione. Restai un'estate intera inchiodato al mio letto, con i muscoli sempre più flaccidi e la gamba che si rimpiccioliva a vista d'occhio. Quei mesi passati a guardare immobile il soffitto furono la mia prima occasione per fermarmi a pensare. E io non ero pronto.

Per trovare la terza traccia, dissi a Silvia, bisognava appoggiare la mano sul petto e scendere giù. Per tanti mesi lì non era arrivato che alcool, con tutta l'amarezza che porta con sé. Nella florida ditta di confezioni, all'improvviso, non c'era più posto per me. All'epoca m'ero già rimesso in piedi e camminavo senza stampelle, ma avevo un orgoglio e tante altre cose per la testa. Decisi di liberarli io da un peso. Avevo tante bottiglie a cui aggrapparmi, e così poco tempo.

La quarta traccia è quella lasciata da tutto quell'alcool e, dicono i medici, si trova da qualche parte proprio qui nella mia testa. Non sono ferite irreversibili come pensano loro. Fanno male, ti scavano un buco dentro e t'attaccano il timore di non uscirne mai più. Ma può passare. Le persone cambiano, e alla fine sono solo segni che rimangono addosso. Io le tracce di allora non smetto mai di cercarle dentro gli specchi. Perché mi tengono all'erta.

La quinta, l'ultima che le mostrai, è quella che ho qui sulla mano. Non tutti la possono vedere, ma è la più importante di tutte. Mi ricorda che non ce l'avrei mai fatta da solo.

Così la mappa era finalmente completa. Fu come restare nudo davanti allo specchio, e lo specchio erano gli occhi di Silvia. Riflesse c'erano tutte le tracce che dovevo mostrarle per fidarmi davvero di lei. Solo una persona al mondo, ne ero certo, poteva sbrogliare quel groviglio senza capo né coda. E io la sposai.



**L’idea di questo episodio non è mia ma di una cara amica. Che ringrazio di cuore.




permalink | inviato da il 16/12/2005 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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