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16 dicembre 2003
IL GIARDINO DEI VALOIS

Partiamo in un mattino di luglio. Bagaglio leggero, mesi spesi a documentarci e immaginare. Ci aspetta la Loire, uno squarcio di verde che attraversa la Francia settentrionale, a pochi chilometri dalla Parigi di corte.

Della Loire ti rimane il cielo terso e non contano nulla le piogge di stagione che cadono a singhiozzo. Lo ricorderai sempre così il cielo della Loire, limpido e di un azzurro senza nubi, con i vigneti bassi che si estendono per ettari come truppe schierate a battaglia, quella pacifica del vino. Ma dove sono le montagne, le colline, i poggi? Possibile che di questi benedetti filari non si veda mai la fine? Dall’alto dev’essere tutto un mosaico nelle tonalità di verde, ogni appezzamento con la sua sfumatura, così diversa da tutte le altre. In autunno le stesse impercettibili differenze spiegheranno il perché di un abboccato austero, dal retrogusto salino oppure acidulo. Le saprò distinguere allora?

Ma, in fondo, nemmeno qui è concesso sognare. Non fai in tempo ad immaginare la tua nuova vita agreste beatamente perduto tra i filari a spiluccare grappoli d’uva, che all’orizzonte spunta un gigante grigio. Il naso s’incolla al parabrezza, ti avvicini circospetto badando a non superare i limiti di velocità: il mostro è lontano ma già incute timore. Semplicemente una moderna ed efficiente centrale nucleare come ce ne sono tante. C’èst EDF, sbuffano qui. All’inizio pensi che sia indignazione, perché come la mettiamo con i vigneti, le sfumature di verde, il cielo terso… Poi capisci che è soltanto un intercalare. C’est français, ti ripetono. Vuol dire che sono d’accordo.

Ci consoliamo con il giardino dei Valois e i castelli che impreziosiscono una valle di re e regine. Loire! Ci piace tutto, a cominciare dal nome. Scegliamo con cura le mete, programmiamo nel dettaglio ogni spostamento. Ma il tempo, quello meteorologico, trama contro di noi. Sole, pioggia, schiarita, sole tiepido, di nuovo pioggia… Viaggiamo con il naso all’insù. Alcuni castelli li vogliamo ricordare col sole, ad ogni costo.

Così arriviamo a Chenonceau, di buon mattino, sotto un cielo che ispira ottimismo. Il “castello delle dame”, sospeso sulle acque dello Cher, è un monumento allo stile, lo scrigno di Diane de Poitiers, amante ufficiale di Enrico II. Suo il giardino che fiancheggia il castello sul lato destro, da cui a quest’ora del mattino si può ammirare la facciata est illuminata dal sole. Pochi passi più in là, oltre la Torre dei Marques, imbocchiamo i viali di un altro giardino, più intimo forse e più raffinato. È lo stile ricercato di una regina di Francia, Caterina de Medici, ma anche lo schiaffo di una moglie delusa all’inarrivabile amante del marito. Perse le chiavi del suo cuore, le rimanevano pur sempre quelle del regno.

Proseguiamo con Azay-le-Rideau, femmineo e leggero, che sorge sull’acqua e si specchia nel corso del fiume. E’ un altro giorno di sole. Per noi nuovi riverberi di luce da centellinare sdraiati sul prato, lontani dal mondo. Il castello è una dama di corte, intrigante e viziata. Rivelo i miei pensieri a voce alta. Le donne del gruppo confermano.

La meta successiva è Chambord, un groviglio di torri, il sigillo solenne, pesante e regale, di Francesco I. Qui c’è la forza, la mano potente dei Valois. Fuori una foresta fitta come riserva di caccia; dentro un labirinto di scale, androni, stanze e cubicoli. Una dinastia si guarda, indulgente, allo specchio.

Il giorno dopo puntiamo a Chaumont, meta per valorosi. Affrontiamo un sentiero di montagna, sferzati dal vento e da una pioggerellina autunnale che ci fa quasi rimpiangere il nostro angolo spurio di meridione. Per oggi le bellezze della Francia centrale sono tutte in una fortezza severa, arcigna come una roccaforte, l’esilio che Caterina aveva scelto per la rivale Diane, in cambio di Chenonceau e dello scorrere gentile dello Cher. 

A Villandry, invece, ritroviamo il sole e quell’alone cortese che avevamo perduto strada facendo. Passeggiamo nei giardini del castello, tra quadrati di fiori, siepi, fontane e pergolati. Composizioni che raccontano l’amor tenero, appassionato, volubile e tragico. Le guardiamo dall’alto del belvedere, convinti che ci tocchino sì, ma soltanto da lontano.

E poi, in successione, Angers, arroccato su una rupe che domina il fiume Maine, dove siamo iniziati all’arte delle tapisseries; Blois con la sala degli Stati Generali, in cui respirare i riti del potere temporale; Chinon, rifugio di Giovanna d’Arco alla vigilia della calata su Orleans; Ussè che, si dice, ispirò Perrault per la sua bella addormenta. E ancora Amboise, Brissac, Cheverny… Alla fine il diario di bordo è fitto di appunti. Anche senza rileggerli, fanno già nostalgia.

Sulla strada di casa, all’altezza del Frejus, la Loire è lontanissima. Eppure il “giardino di Francia” sembra lì a portata di mano, basta un’inversione per rimettersi in marcia. Ci guardiamo per un attimo, ma nessuno osa dirlo per gli altri. Sarebbe un po’ come ammettere, alla nostra età, di credere ancora alle fiabe.




permalink | inviato da il 16/12/2003 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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