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invarchi
blog involontario
8 novembre 2005
DALLA PARTE DELL'IRAN

Capisci di essere vittima inconsapevole del bombardamento mediatico quando tutti spiegano quanto sia pericoloso l’Iran e a te vien voglia di recuperare la  tua collezione in vhs di quel maestro di Abbas Kiarostami.

Ieri sera è toccato a “Sotto gli ulivi”, una riflessione vertiginosa (in senso hitchcockiano) sul cinema, sul dolore e sull’amore. Mentre cercavo di addormentarmi, ripensavo alla scena in cui Hossein spiega al regista perché, lui che è analfabeta, non vuole sposare una donna che non sappia leggere e scrivere. Perché, dice, quando arriveranno dei figli, bisognerà aiutarli a fare i compiti, a scrivere il dettato. Invece capita sempre che gli analfabeti si sposino con gli analfabeti, i ricchi con i ricchi, quelli che hanno la casa con quelli che hanno la casa. Sarebbe più giusto il contrario, ragiona Hossein: ognuno avrebbe secondo il bisogno e tutti sarebbero più felici.

Ecco il punto, ripetevo a me stesso in pieno dormiveglia. Ma quando arrivi al nocciolo brutale di una questione, c’è sempre il rischio che il risultato ti sembri completamente assurdo. In realtà è il mondo che è assurdo, e tu che ci stai dentro, per sopravvivere, te ne sei dimenticato quasi del tutto. Nel mio caso il “quasi” è una questione confinata al dormiveglia. Meglio dimenticare che Hossein ha ragione da vendere, allora, e addormentarsi ancora una volta come fanno le persone perbene.

(Il finale di “Sotto gli ulivi”, invece, continua a sembrarmi chiarissimo. Tahereh s’è voltata e finalmente ha dato ad Hossein la risposta che chiedeva. Ecco perché lui ha cominciato a saltellare a ritroso su per la collina. Perché la felicità, da che mondo è mondo, dura lo spazio che c’è voluto a rincorrerla).




permalink | inviato da il 8/11/2005 alle 13:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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