.
Annunci online

invarchi
blog involontario
6 aprile 2005
XIII – DELLA MEMORIA DELLE SOTTANE TRISTI

La cosa peggiore che ti può capitare in un asilo di suore canossiane è una suora canossiana che ama i pisolini. La mia si chiamava madre Anselmina e, ogni giorno alla stessa ora, costringeva noi malcapitati treenni ad incrociare le braccia sul banco, adagiarvi la testa e chiudere gli occhi per un lasso di tempo che poteva durare un pomeriggio intero. Non era strettamente necessario dormire, bastava far finta. Madre Anselmina non era tipo da esagerare con le carezze, ma il bastone della sua vecchiaia era una canna di bambù liscia e leggera, che da dietro la cattedra, come per magia, poteva arrivare fino ai banchi dell’ultima fila, e nessuno di noi ci teneva a metterla alla prova.

Con il tempo imparavi a farti valere e a sfruttare ogni occasione. Dalle imposte socchiuse la luce arrivava a lamelle e, quando il profilo da sfinge di madre Anselmina si faceva rigido contro lo schienale della sedia, potevi giurarci che stava dormendo. Allora sollevavi lentamente la testa, davi un’occhiata furtiva in giro e, da sopra gli avambracci, cercavi conforto nei movimenti appena accennati di altri temerari come te. Ogni testa sollevata, uno spina nella corona del Signore, diceva la madre. Ma solo se quelle come lei riuscivano a vederle, pensavo io, ed era un pensiero che mi dava coraggio.

Madre Anselmina non poteva sapere che io ero uno di quelli che, durante i suoi pisolini, cospirava contro di lei da sopra gli avambracci, eppure quel giorno, visto che la sottana di suora glie ne dava facoltà, decise di punirmi per queste e tante altre sfide all'ordine costituito. Così, in mezzo a tutti i miei compagni treenni, mi chiamò per nome e mi disse senza battere ciglio: “Facciamo finta che domani tuo padre muoia”.

Me lo immaginai all’istante mio padre, disteso immobile e con la bocca socchiusa. Sapevo per averlo visto con i miei occhi che il nonno era morto con la bocca socchiusa, e da allora per me tutti i morti dovevano avere per forza la bocca socchiusa, anche se mi era stato spiegato che non respiravano più.

Mio padre morto con la bocca socchiusa. Lo immaginai, dicevo, o feci soltanto finta come domandava la suora. Provai anche a fingere di non piangere, ma rinunciai quasi subito, nonostante madre Anselmina me lo chiedesse con insistenza e tutti i miei compagni treenni insieme a lei. A parte la storia dei pisolini, ero un bambino ubbidiente, ma in quel frangente ero diventato una specie di fontanella.

Una fontanella dall’immaginazione fervida, disse suor Anselmina a mia madre qualche ora più tardi. Quel giorno niente scuolabus, decise la mamma, e me ne tornai a casa in anticipo con lei. Non raccontai nulla né a lei né al papà. Quando lui mi spiegò che era un uomo forte e in piena salute e che alle volte i bambini non comprendono bene i discorsi dei grandi, ero sicuro che non s’era mai visto, lui, morto stecchito e con la bocca socchiusa.

Il giorno dopo tornai all’asilo. Nel pomeriggio madre Anselmina chiamò per nome il mio amico Andrea e senza battere ciglio gli disse: “Facciamo finta che domani tuo padre muoia”. Lui non scoppiò a piangere e la madre disse tante altre cose che ora non ricordo. Intanto guardava me. Anche il mio amico Andrea e tutti gli altri guardavano me. Io decisi di guardarmi le mani.

Alla fine a ognuno toccò in sorte uno dei cioccolatini che madre Anselmina teneva nelle tasche della sua vestaglia, di solito per le occasioni speciali. Siccome il mio era fondente, poco più tardi lo gettai dal finestrino dello scuolabus. Senza rimpianti.

[Boniz R.: I diari segreti di Invarchi (a cura di), Mondadori, Milano, 2005]



Egregio dottor Boniz,
ho letto con grande interesse il suo ultimo lavoro sul caso
Invarchi. Mi ha molto colpito il capitolo dedicato all’infanzia ed in particolare l’episodio di suor Anselmina. Mi domandavo se l’Invarchi non sia anch’egli vittima inconsapevole del nichilismo laicista oggi tanto in voga. So, ad esempio, che nemmeno in un momento come questo ha saputo ritrovare la fede.

Lettera firmata


Caro lettore,
l’
Invarchi è un miscredente compulsivo, che fa strame di millenni di teologia laica e disprezza suo malgrado il sacro valore della vita. Detto questo, come psicoterapeuta ma anche come uomo, io non rinuncio alla mia battaglia: liberare Invarchi dai fantasmi che lo allontanano dalla luce e restituirlo alla dimensione dello spirito. È una missione che si inserisce appieno nel solco della migliore tradizione liberale, ma non posso certo vincerla da solo. Anche voi, tutti voi, dovete aiutarmi.

Dottor Boniz




permalink | inviato da il 6/4/2005 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
sfoglia
marzo        maggio