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24 settembre 2004
L’ISLAM CHE NON CI RACCONTANO E LA CREAZIONE DEL NEMICO INTERNO: UNA SERATA TRA AMICI

Il mio amico D. si aspettava una manciata di persone e invece la sala è gremita e molti non trovano posto a sedere. Si parla di Islam e integrazione, ma nelle locandine c’è un riferimento esplicito alla “guerra mediatica” e alla “creazione del nemico interno”. Tra i relatori c’è anche Hamza Piccardo, segretario dell'Unione Comunità Islamiche d’Italia, già intervistato a suo tempo dalla Locanda dei Riformisti.

Il suo intervento a braccio è lucido e coinvolgente. Difende l’identità islamica, quella autentica, che coltiva il valore del dialogo ed è forte di una civiltà millenaria. Per il Corano chi uccide una persona uccide tutta l’umanità e Piccardo lo spiega con l’imbarazzo di chi si trova costretto a ripetere concetti scontati. Ripensa al dolore per le vittime innocenti dell’11 settembre e denuncia come quel lutto sia stato cinicamente usato per condurre un attacco frontale contro tutto l’Islam, senza alcuna distinzione. Ricorda le discriminazioni e le angherie subite dai suoi “fratelli”, la fatica di guadagnarsi uno scampolo di normalità in uno spazio sempre più ostile. C’è bisogno di integrazione, di regole che sappiano dare certezze e governare con buon senso e misura quello che, in fin dei conti, è un passaggio storico epocale, che ahinoi non aspetta il rinsavimento tardivo del Calderoni di turno. Chi pensa di supplire alla lungimiranza con la paura, sapientemente instillata sotto pelle fino alla legittimazione piena di quello che una volta si chiamava razzismo, gioca con la vita di migliaia di deboli indifesi. Son parole pesanti, parole di buon senso, e il dramma è che son rimasti in pochi a dirle.

Nell’immaginario collettivo occidentale, a partire dal 1989, il pericolo islamico ha progressivamente sostituito quello comunista. Il concetto di nemico deve essere alimentato per poter distogliere l’attenzione dalle carenze del proprio modello interno di organizzazione politica e sociale, e per legittimare la realizzazione di strategie geopolitiche che nulla hanno a che fare con la guerra al terrore. Conquistiamo l’Iraq, per scaricare l’Arabia Saudita; normalizziamo il Medioriente per frenare sul nascere le ambizioni cinesi; precarizziamo il popolo degli immigrati per avere a disposizione un gigantesco esercito di riserva. È una questione vecchia come il mondo e Henry Kissinger sarebbe certamente d’accordo.

“Conoscete truppe iraniane che abbiano invaso l’Olanda? Sapete di soldati algerini che abbiano attaccato la Norvegia? Avete mai visto milizie marocchine marciare su Londra?”. Viene dal ’68 Piccardo, e sa come catturare i suoi interlocutori. Ma non usa colpi bassi, i suoi in fin dei conti sono sempre argomenti lucidi e razionali.

Qual è la risposta? Hamza Piccardo non si tira indietro. Bisogna tornare a fare un lavoro di base, perché c’è un mondo che i media non sanno più raccontare. È necessario insistere e non stancarsi di lavorare sul territorio, quartiere per quartiere, associazione per associazione, nei luoghi di lavoro e in quelli di ritrovo. Come si faceva una volta. Provo ad avere la sua fiducia ma sento che è una fiammella flebile quella a cui s’aggrappa.

Alla fine dal fondo della sala arriva l’ultima domanda. E’ di una donna che indossa un velo e tiene in braccio una bambina di pochi mesi. “Perché l’Italia che è un paese che ha tanti problemi come la sanità, i servizi e la povertà decide di spendere tanti soldi in una guerra?”

Considerazione banale, dirà qualcuno. Può darsi. Io intanto me ne vado con un groppo in gola, perché di mio non so davvero cosa risponderle.<




permalink | inviato da il 24/9/2004 alle 12:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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