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blog involontario
29 agosto 2004
STORIE DI IERI

La zia di S. è una donna piccola, con i capelli bianchi raccolti a crocchia e le mani nodose che sembrano viti. Si chiama M. e tra poco compirà ottant’anni. Ci accoglie sulla soglia di casa e ci fa strada in una cucina calda e ospitale. Dagli scuri la luce filtra a lamelle sottili, nell’aria si sente un forte aroma di tè. Vedo una bacinella d'acqua ad intiepidire sulla stufa accesa e mi vien voglia di scaldarmi le mani. Anche se siamo ad agosto, qui la notte fa freddo.

Ci accomodiamo in soggiorno. Lì c’è un grande televisore acceso che parla sloveno. M. lo spegne, toglie i ferri da maglia dalla poltrona e si siede di fronte a noi. Le pareti sono piene delle fotografie di figli e nipoti, e di immagini sacre. C’è anche un grande crocifisso e, poco distante, un inginocchiatoio.

M. parla senza quasi prendere fiato. Per lei l’italiano è la lingua dell’infanzia, quella che le facevano studiare a scuola. Si agita se la parola che cerca non le viene, perché non sopporta di aver dimenticato. Allora le gote diventano rosse e sbotta un termine sloveno che per me, purtroppo, ha il suono sfuggente dei Balcani.

M. non ha mai smesso di lavorare. Fin da piccola, aiuta i genitori nei campi, perché ha un fisico forte, che resiste alla fatica e alle intemperie. “Mai avuto un raffreddore” mi dice, e io ci credo perché i nodi delle sue dita sono tracce di quel vigore speso senza riserbo. A diciannove anni si sposa. Il matrimonio vuol dire una famiglia da costruire da zero e M. lavora più di prima, mentre al marito, fresco di un anno di leva per lo Stato italiano, ne tocca subito un secondo, stavolta per una patria diversa, una nuova di zecca che, appena possibile, chiama come fan tutte le altre.

Oggi che sta per compiere ottant’anni, M. vive sola e sa badare a se stessa. Ci sono i figli che si preoccupano per lei, ma M. è gelosa della sua indipendenza. Si tocca il fianco e dice che lì c’è qualcosa di rotto. I medici le consigliano da tempo l’operazione, ma lei non ne vuole sapere. Per andare a messa la mattina usa le stampelle, quando si muove per casa ne basta una soltanto. Più avanti, dice, si vedrà.

M. ripete che bisogna trovare un buon lavoro e poi una donna per costruirsi una vita. Altrimenti, senza una famiglia, uno scopo non c’è. Ci guarda negli occhi mentre lo dice, vuole un segno d’assenso che, ora, proprio non le so dare. Per M. la vita è una rincorsa, quel che resta di un fardello di rinunce. Lei, con la sua ostinazione, ha sempre saputo dove cercare. Io, invece, da tempo ho perso il conto di ciò che mi manca e forse è per questo che non la so capire.

Mi torna in mente mio nonno. Avevo cinque anni quando morì. Le mie scelte, anche quelle che mi ostino a rinviare, non ha fatto in tempo a conoscerle. Così ripenso a quando, giusto alla mia età, partiva per il Belgio e poi per la Germania in cerca di lavoro. I crucchi mangiavano le patate, mi raccontava, mentre agli italiani toccavano le scorze. Per me erano parole senza senso, raccontavano una storia che allora non capivo e che adesso, tra le montagne slovene, riscopro intatta nel racconto di M..

Oggi, quelle parole, vorrei tanto poterle risentire. Niente riscalderebbe di più questi ultimi giorni d’agosto.




permalink | inviato da il 29/8/2004 alle 10:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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