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4 aprile 2004
LA BUONA NOVELLA

La settimana che viene è la più indicata per ascoltare "La Buona Novella" di Fabrizio De Andrè. Un ateo che rilegge i vangeli apocrifi rischia di essere scontato. Ai tempi, invece, il genio di De Andrè scontentò quasi tutti. Paradossale, perché il disco era quello della maturità.

Un'opera da centellinare, da riscoprire con lentezza. Ci vuole la giusta disposizione di spirito e un animo pronto alla rivoluzione. Solo così si possono apprezzare la delicatezza delle immagini e la perfezione di versi tanto spregiudicati quanto commoventi. "La Buona Novella", infatti, è un'altra elegia degli ultimi, dei diseredati, in cui la figura centrale è quella di Maria.

Maria è una bambina sottratta al seno materno, che non conosce i giochi ma solo i ritmi scanditi dal tempio. Quando la sua "verginità si tinge di rosso", viene venduta dai sacerdoti come una schiava, in una lotteria che coinvolge "uomini d'ogni leva". Ad accoglierla come una figlia in più, nuova bocca da sfamare, è Giuseppe, "falegname per forza, padre per professione".

La maternità di Maria, al principio, è sospesa nell'incoscienza. In sogno vede un angelo scendere su di lei con una nuova preghiera. La buona novella è un intreccio di parole confuse, che prima di svanire rimangono "impresse nel ventre". Maria è fragile, subisce un mistero che non comprende, un annuncio che arriva nel sonno e che la sfinisce, un incanto meraviglioso da cui la svegliano, di nuovo, le "ombre lunghe dei sacerdoti". Si consuma così l'attesa di "quello sguardo indulgente" che può soltanto desiderare: le dita di Giuseppe si posano troppo piano sulla sua fronte, perché "i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte".

Inizia la stagione dell'essere madre, quella "che stagioni non sente". Maria cammina fra la gente e non teme gli sguardi. Nel grembo umido porta un amore nuovo che le illumina il viso, e non importa se arriverà il dolore, se arriverà il pianto. Il male che aspetta è quello di una madre che sa di dover perdere il figlio, foss'anche il figlio di dio. Con brutale eleganza De Andrè mette in versi il dialogo tra Maria e il falegname che forgerà le tre croci. Niente "gambe nuove a chi le offrì in battaglia", il martello dell'artigiano modella uno strumento di tortura, creato per punire chi "guerra insegnò a disertare".

Le tappe delle via crucis sono scandite dai pensieri di Gesù. Risuonano le grida soltanto immaginate dei bimbi trucidati da Erode e col passare dei minuti monta la paura della morte. Gesù viene per liberare il mondo, ma ai poveri non è concesso nemmeno sfogare il dolore lungo la via della croce. Mentre gli ultimi "piangono altrove", la voce del loro redentore viene soffocata, quella degli apostoli, per paura, rimane richiusa nelle gole. Assieme a Gesù, muoiono Dimano e Tito, "solo due ladri". Le madri piangono più forte perché sanno che ad attendere i loro figli non c'è nulla all'infuori della morte.

Il testamento che Tito grida in punto di morte riscrive i comandamenti per come li vede un ladrone. Quelli come lui non rubano in nome di dio, ma solo da tasche già gonfie. Non creano dolore, a costo di confondere amore e piacere. Non rispettano mai chi non ha avuto il rispetto di non prenderli a calci. Spergiurano senza rimorso, purché la vita di un uomo possa essere salvata. Desiderano la roba degli altri, perché per sé non hanno niente. Ma di fronte alla sofferenza di un altro uomo, quelli come Tito possono imparare l'amore.

"Non fossi stato figlio di dio, t'avrei ancora per figlio mio" dice Maria ai piedi della croce.

"La Buona Novella" è un inno alla donna e all'incessante battaglia contro la sopraffazione. La stessa che rende i diseredati d'ogni sorta creature coraggiose e quella dei vangeli una storia tanto emozionante quanto tradita.  




permalink | inviato da il 4/4/2004 alle 9:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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