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blog involontario
14 settembre 2006
Le tonsille infiammate della classe operaia

Quando ero piccolo, tutti mi scherzavano per le dimensioni delle mie tonsille. Oltre che grosse, un giorno si scoprì che erano pure infiammate, e i miei mi portarono da uno specialista. A pagamento, ovviamente. Perché, già allora, la mutua esisteva soltanto nei film di Alberto Sordi e i miei si erano subito allarmati all'idea che le tonsille del sottoscritto se ne rimanessero in gola ad infiammarsi tra loro per altri due mesi.

Otorinolaringoiatra. Imparai subito a pronunciarlo. Sono sempre stato un bimbo intelligente. E, più che intelligente, scafato. Siccome vicino all'ambulatorio c'era un negozio di giocattoli, appena sceso dalla macchina scoppiavo regolarmente a piangere. A volte, per non rischiare, iniziavo già a casa. Fino a quando mio padre, che aveva esperienza coi sindacati, mi propose uno scambio alla pari: meno piangi, più giochi. Io evitavo di frignare nel lasso di tempo che precedeva l'ingresso in ambulatorio e lui mi garantiva una sosta al negozio dietro l'angolo dove ero autorizzato ad impallinare uno a caso tra gli articoli esposti in vetrina. Da quel giorno divenni un bimbo ubbidiente e pure coraggioso. Sempre da quel giorno la mia famiglia saltò per due anni consecutivi i quindici giorni di mare ad agosto. Ora che sono ancora più intelligente di allora, sospetto pure il perché.

Alla fine l'otorinolaringoiatra dimostrò di valere il prezzo del biglietto e le mie tonsille guarirono. "Siamo riusciti ad evitare l'operazione", disse. Tutti erano felici: i miei genitori perché ero guarito senza asportare nulla che non fosse in garanzia; l'otorino perché erano più le sue parcelle dei miei denti da latte; io perché avevo la camera piena di giocattoli nuovi.

Avevo imparato che piangere può essere utile. Tempo pochi mesi e scoprii in fretta il corollario fondamentale: solo una volta ogni tanto. Quel giorno ero alla scuola materna e, come al solito, ero felice come una pasqua. Ci stavo bene. Ero un bambino intelligente, socievole e felice. "Disegnate il vostro papà al lavoro", ci disse la maestra. Facile. Tutti sapevano che lavoro faceva il loro papà. Era una cosa ovvia. A patto di non essere me. Io non lo sapevo. Non l'avevo mai chiesto. Mio padre partiva la mattina e tornava la sera, sabato compreso. Io e la mamma - mia sorella doveva ancora nascere - stavamo bene, relativamente bene, tonsille comprese. Non ci mancava nulla. Nulla che io sapessi, almeno. Ma che lavoro facesse mio padre non me l'ero mai chiesto. La prima era stata la maestra, e io non sapevo cosa rispondere. Così feci l'unica cosa che di solito funzionava nei casi più disperati: iniziai a piangere. Ma la cosa strana era che, mentre frignavo, compresi che, anche volendo, non sarei mai stato in grado di smettere. Nell'aula mi fissavano tutti. Un bambino di quattro anni che piange. Sai che novità! Ma io per la prima volta, piangevo sì, ma senza sapere il perché. "Puoi chiederglielo stasera", mi disse la maestra per farmi calmare. "Il disegno lo finisci domani".

E così, quella sera, scoprii che mio padre faceva l'operaio. "Cosa fa un operaio?", gli domandai. "Un operaio fa funzionare le macchine". Bella spiegazione. Come si fa a disegnare uno che fa funzionare una macchina? E poi di che macchine stiamo parlando? Quelle con le ruote? "Non un'automobile", continuò mio padre. "Una macchina che fa delle valvole che poi finiscono dentro i motori delle automobili!". Chiaro! Mio padre era un meccanico. Faceva quelle cose che servivano a fare le macchine. "E le sai anche aggiustare?". "Certo". Ecco, operaio voleva dire quello! Il giorno dopo disegnai un uomo con i capelli neri e la tuta blu che teneva in mano una grossa chiave inglese, identica a quella dei lego. Non potevo sbagliare, a casa ne avevo una confezione intera che mi era costata un paio di visite. L'uomo si dirigeva verso una saracinesca sbarrata che colorai di verde: la fabbrica. Quell'uomo era mio padre. Come non l'avevo mai visto. Faceva l'operaio, cioè costruiva le macchine.

Perché racconto tutto questo? Solo per ricordare a me stesso due verità. La prima è che, per star bene, non occorre disfarsi delle proprie tonsille: basta e avanza curarle come si deve. La seconda è che se una cosa non la sai disegnare da piccolo, non la saprai descrivere nemmeno da blogger. Nonostante sia chiara come il sole. Dentro di te.




permalink | inviato da il 14/9/2006 alle 20:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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