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musica
29 novembre 2008
Non dormo e ho gli occhi aperti perchè...
Anch’io, come Vinicio, adoro l’inverno. Mi piace il freddo, le luci, stringersi senza motivo sotto un ombrello. Aspetto volentieri davanti all’insegna al neon del teatro. So che ne vale la pena.

Dentro si muore dal caldo. Non mangio da mezzogiorno e mi prendo una birra per provare a essere meno sobrio di lui. Tu mangi, perché sei molto più saggia di me. E più riposata, nonostante lavori il doppio e meglio. Come fai?

Fila C, poltrona diciassette e diciotto. Ovviamente devi starmi a sinistra. Sono posti bellissimi. Siamo così vicini al palco che riconosco un paio delle bottiglie dall’etichetta. Facciamo in tempo a divorare le mie scorte di dolci: caramelle, cremini, gianduiotti. Sono amaro dentro, ma ho imparato a dosare i rimedi. E poi è incredibile quanta roba ci stia nella tasca del mio nuovo cappotto!

Ad aprire le danze è l’uomo sui trampoli che avanza dal fondo con il megafono. Poi dal sipario sbuca Vinicio con tanto di cilindro. “Ha lo sguardo di un bimbo!”, mi dici. È lui l’uomo vivo. Pazzo di gioia. E attacca “Il gigante e il mago”, col vocione del mangiafuoco. Il palco è pieno zeppo di strumenti sghembi. Anche i più consueti, come chitarre e fiati, sembrano usciti dalla bottega segreta di un robivecchi strampalato. Il palco è un’arena per saltimbanchi. Se Zampanò avesse avuto un circo tutto suo, sarebbe stato così.

“In clandestinità” è un pezzo debole ma qui, con l’atmosfera da brividi, sembra quasi un capolavoro. “Parla piano”, invece, è una perla. Il ritornello è il primo numero di prestigio della serata: il mio cuore sparisce e un attimo dopo ricompare nel punto dove lo avevi lasciato. “Giornata perfetta”, fischietta Vinicio. Come dargli torto? Ed ecco il fascio di luce puntato su un toy piano rosso e lui che s’incurva come un bimbo cresciuto troppo in fretta per suonare il “Paradiso dei calzini”. Per un attimo, perde anche il filo del testo. Troppa emozione, forse. Come biasimarlo?

La mia preferita arriva subito dopo: “Orfani ora”. “Che arrangiamento meraviglioso!”, ti dico, ma te lo dico per non dire altro e, se anche non me lo dici, so che lo pensi anche tu: non sono poi così ubriaco, in fondo. “Sante Nicola” salta ed è subito “Vetri appannati d’America”, con i fiati che salgono in cattedra e il vocione che diventa quasi tenorile. “Dall’altra parte della sera” è un altro classico istantaneo. Guardo il suonatore baffuto alla sinistra del palco che, mani a conca, ricava suoni dall’aria. Decido che è il mio eroe. “La faccia della terra” è polverosa al punto giusto, ma dal vivo perde qualcosa. Non quanto “Non c’è disaccordo nel cielo”, penalizzata da un arrangiamento per solo organo e da un Vinicio che s’arraggia con il reggiarmonica. Prima piccola delusione. Ultimo gianduiotto, per compensare.

Per riempire il quarto d’ora di pausa, il giocoliere smette i trampoli e si dedica ai giochi di prestigio, chiamando sul palco la sua donna, mezza nuda e mezza vestita. Davvero troppo magra. Siamo in due a dirlo. Io, personalmente, rimpiango la donna cannone.

Nella seconda parte, il concerto prende il ritmo della taranta. “Bardamù” è un saliscendi malinconico e scalpitante, che si confonde nella “Polka di Warsava”. Poi Vinicio si rinchiude in una gabbia e, per non lasciare troppi sottointesi, ricorda ai presenti che in quella attuale ci stiamo dal lontano 1994. Solo allora attacca “Maraja” e le poltrone diventano più strette della cruna di un ago. Metà teatro balla, l’altra accumula energia rinnovabile. Altro che termoutilizzatore! Vinicio scalda il doppio. C’è anche qualcuno che se la prende troppo a cuore e vola qualche straccio. Vinicio si risente e a bordo palco, con la maschera da scimmia usata per “I pagliacci”, ricorda a quelli della security che non è il caso di fare davvero gli animali.

Si riprende con altri classici. Per “Canzoni a manovella”, la gabbia tocca ad un palombaro con tanto di organetto. In “Medusa cha cha cha”, la ragazza dalle gambe a grissino si riveste e balla per tutto il tempo con i suoi rettili in testa. Arriva anche “Con una rosa”, leggermente velocizzata, e “Che cos’è l’amor”, con chitarra in gabbia, un po’ storpiata come farebbe De Gregori con uno di quei classici che suona di malavoglia. Con “Uomo vivo”, la gioia si tocca con mano e il saltimbanco, lontano dalla sua donna  grissino, finisce appeso in aria a testa in giù, esposto con cattiveria mistica per accontentare il piacere del pubblico. Si chiude con il minotauro in cattività che urla  “Brucia Troia”, aggrappato alle sbarre. Vinicio c’ha il fisico, niente da dire.

Due ore sono scivolate via in fretta. Troppo in fretta. Siamo quasi già sazi, ma orfani ora. E Vinicio non delude con i bis. Si torna ai toni sommessi della prima parte. Il saltimbanco, già prestigiatore, al posto di palombari, meduse e minotauri, accompagna dentro due bimbe bionde. La fanciullezza è ora chiusa dietro le sbarre. Regole e disciplina l’hanno ingabbiata per sempre. Ma solo così i frutti possono esser di tutti. Come “Una giornata senza pretese”, ripescata dalle esibizioni eroiche degli esordi e, soprattutto, “Ovunque proteggi”, sulle cui note tutto il teatro finalmente, come per incanto, ammutolisce.  

In chiusura, prima dei roboanti saluti di rito, arriva attesissima l’elegia di Nutless. Amicizia maschile, virile, come è d’obbligo in un film di Leone.  Eppure dev’esserci qualcosa sotto se, dentro di me, suona capovolta come un calzino. Vorrei chiedertelo, ma non lo faccio. Quattro minuti non son così tanti per un incantesimo. Meglio non rovinarli.

E così Vinicio saluta. Quasi tre ore di concerto, volate via.

Usciamo e fa un freddo cane. Vorrei aggiungere qualche parola, ma le uniche adatte bisognerebbe saperle cantare. Tanto sono certo che sai. E allora solo un grazie di cuore. Con tutta la grazia del mio cuore.


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permalink | inviato da invarchi il 29/11/2008 alle 2:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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