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DIARI
21 settembre 2008
Ultimi giorni di ordinaria miopia. Una cronaca piuttosto fedele.
L’intervento è fissato per le undici e mezza. Ci riprovo dopo un tentativo andato a vuoto, per colpa di un destino cinico e baro che, per due interminabili settimane, mi ha voluto metà Polifemo e metà Fantozzi.

Arriviamo in ospedale con un certo anticipo. Per la seconda volta consecutiva, la prima persona che mi rivolge la parola è una suora.
“Dove andiamo di bello?”
“Oculistica”.
“Sa già dove?”.
“Sì, ormai sono pratico…”.
“Le chiedevo perché chi passa di qui di solito sale al terzo piano”.
“No, io vado in oculistica… Sala operatoria”.
“Al terzo piano c’è la cappella, comunque”.
“Ai piani alti, certo…”.
“A che ora ha l’intervento?”.
“Tra venti minuti”.
“Buona fortuna, allora!”.
“La ringrazio”.

Mi accoglie un’infermiera che, per prima cosa, mi requisisce la cartella. Giurerei che ha un accento tedesco, ma forse è solo suggestione. Dopo un minuto, torna e mi fa accomodare in una stanza piena di poltrone ergonomiche, dove una signora di mezza età e un ragazzo sulla trentina siedono con l’aria vagamente afflitta, quasi sofferente. Entrambi portano occhiali da sole modello Bono Vox periodo “Zoo TV Tour”.

“Indossi questi!”, mi dice l’infermiera. Mi viene il dubbio che, più che tedesca, sia di origine balcanica ma, a scanso di equivoci, eseguo gli ordini senza fiatate.

Il camice verde non sta chiuso bene sul davanti. Le babbucce blu, invece, mi vanno a pennello. Dopo qualche minuto, arriva un’altra paziente, una ragazza mora con un groviglio di riccioli in testa. “Non ci stanno!”, fa notare timidamente, indicando all’infermiera la minuscola cuffia verde pisello. “Ci devono stare!”, taglia corto l’unno-finnica, e se ne va.

L’oculista arriva dopo qualche minuto. È una persona squisita e ho la massima fiducia in lui. Qualche controllo preliminare, gli ultimi consigli del caso e ci avviamo in fila indiana verso il nostro destino. Io, con il mio camice verde e tanto di nodo doppio scappino; la mia compagna di viaggio, con l’aria colpevole e i ricci che le fuoriescono dappertutto.

“Guardi in alto”, mi dice l’infermiera, e fa partire la prima scarica di anestetico.
È abile nel suo mestiere e anch’io entro così bene nella parte che le viene naturale ricaricare subito il grilletto.
“Faccio solo il destro!”, urlo.
Appena in tempo.

La sala operatoria è proprio come la immaginavo. Niente a che spartire con quelle del Princeton-Plainsboro Teaching Hospital, ma anch’io, in fondo, sono un paziente comune, con una patologia di routine e un’anamnesi di una noia mortale.

Dovrei pensare intensamente a qualcosa. O a qualcuno. L’avevo deciso. Sul più bello, però, non mi ricordo di farlo. Colpa dell’infermiera che mi prende subito per il braccio, così in un attimo mi trovo disteso sul lettino, con la testa incastrata in un incavo imbottito che dovrebbe impedirle ogni movimento. Mi proiettano in faccia una luce. Mi sa che ci siamo.

“Tutto bene?”, mi domanda il mio oculista.
“Certo”.
“È tranquillo, vero?”.
Non rispondo alle domande retoriche. Questione di principio.

L’infermiera mi applica il divaricatore palpebrale. Una voce oltre la luce mi dice di stare tranquillo. “Mi sento come Alex De Large”, vorrei risponderle. E dentro di me già mi auguro di non dover rigirare la scena.

Dietro la mia testa, ora si parla dell’ultima gara della moto GP. Stoner ormai è spacciato. Valentino è imbattibile e ha il titolo in tasta. La discussione diventa così interessante che è quasi un peccato doverla interrompere per cominciare l’operazione. Certo, i punti di distacco da Stoner sono ottantasette, non ottantacinque, e sono quasi tentato di farlo notare ai presenti. Poi penso che mi stanno giusto per piallare la cornea e non mi pare il caso di sottilizzare. Il laser l’avran già regolato? Chissà.

Quando la luce da gialla diventa rossa, ho la certezza che stiamo per partire. “Ora sentirà odore di bruciato. È fastidioso, ma assolutamente normale”. Quaranta secondi dopo, è tutto finito.

Mi sollevo dal lettino come se niente fosse. Se non fosse che ora ci vedo! Mi sento come Lazzaro appena fuori dal sepolcro, ma non so bene chi ringraziare per primo. Allora esco saltellando e le babbucce blu scivolano come pattini sul corridoio di madreperla.

Atterro in sala d’attesa, dove mi lasciano una ventina di minuti. Bisogna assicurarsi che non ci siano reazioni impreviste. M’accomodo su una delle loro poltrone ergonomiche, regolo lo schienale e inforco gli occhiali scuri d’ordinanza. La stanza si riempie all’istante di carisma e sintomatico mistero. Dalla filodiffusione, arriva “Wish you were here” (giuro!). La cosa bella è che non provo nessun dolore. Sono così felice che potrei alzarmi e baciare l’infermiera. Invece mi contengo. Cedo solo per un attimo all’emozione e piango un po’. Tanto l’occhio già lacrima copiosamente di suo e nessuno se ne accorge.

“Ora può tornare a casa!”, mi dice l’infermiera mezz’ora dopo. Starei giusto per decidermi a baciarla, ma lei mi blocca sul più bello. “Vada, mangi qualcosa e prenda l’antidolorifico!”.

Ad aspettarmi fuori dall’ospedale, c’è una luce incredibile. Siccome il nostro giovane premier è a Roma a salvare Alitalia e non qui, capisco che dev’essere una conseguenza dell’operazione. Ho fatto bene ad allestire una cripta a casa. Tornerà molto utile in questi giorni di convalescenza.

In macchina, provo ad accendere il cellulare. Sbaglio per due volte consecutive il pin, ma mi salvo in extremis. Provo a sfogliare i messaggi e mi accorgo che non li distinguo. Forse non ci vedo così bene come sembra. “Non devi leggere!”, mi ricorda mia madre dal sedile davanti. Non sopporto chi disprezza la cultura, ma riconosco che stavolta ha ragione. Non saprò mai se qualcuno mi ha scritto. Non potrò controllare la mail. O aggiornare il blog. Nemmeno scrivere! Sarà una convalescenza lunghissima.

A casa mangio la minestrina del malato. Al terzo cucchiaio, mi arriva un segnale che, nell’incoscienza della gioventù, prendo sottogamba. Così vado avanti finché il piatto non è vuoto. Solo allora, finalmente, mi alzo.

“Dove sono le compresse?”.

L’antidolorifico punta i miei recettori nervosi, ma forse non conosce bene la strada. Nel frattempo, i segnali diventano i cannoni di Navarone. Ad intervalli di dieci secondi, sparano bordate concentriche e il dolore mi fa l’occhio a fette. Il bello è che rimbalza nella testa, zigzagando come un boomerang, e in pochi minuti anch’io comincio a saltare per la mia stanza come un canguro.

Alle tre, in piena danza Masai, squilla il cellulare. È F.. Vuole sapere come sto. “Hai presente Alastor Moody?”, vorrei dirle. “Togli l’occhio finto e mettici una cluster bomb…”. Ma sono un vero duro, e allora le spiego che è andato tutto bene e ora si tratta solo di aspettare che passi il dolore, che tutto si sistemi nel modo migliore. Non ricordo le parole esatte, però. Non ricordo proprio nulla, a dire il vero. E spero di non essere il solo.

Dopo un’ora e mezza di passione, il Toradol comincia a far effetto ma ormai sono ridotto a uno straccio. Per fortuna non ho baciato nessuna infermiera: sarebbe stato un esproprio bello e buono.

Verso sera, per lenire la sofferenza, mi avventuro in una diatriba filosofica con mia madre sul tema della cognizione del dolore. Le spiego che non trovo nessun valore salvifico o anche solo nobilitante nell’esperienza del dolore. Provare dolore non arricchisce sotto nessun punto di vista la condizione umana. Per molti credenti sopportare la sofferenza significa assecondare la volontà di Dio, avvicinarsi a Lui. Ma io sono ateo, e preferisco assumere il Toradol a mia discrezione, sempre a patto di non superare i dosaggi consigliati. Mia madre, invece, mi dice che, per prima cosa, dovrei stare tranquillo: se mi agito è peggio e il dolore aumenta. E poi gli antidolorifici hanno un sacco di controindicazioni e io ho appena finito di rovinarmi il fegato con il Lariam e la profilassi antimalarica. Io allora m’innervosisco e nell’innervosirmi mi agito e nell’agitarmi aumenta il dolore e allora urlo: “Il Toradol è mio e me lo gestisco io!”. E me ne vado via zoppicando.

Quando mi metto sotto le coperte, sono certo che il sonno arriverà presto e durerà fino al mattino. Gli antidolorifici, però, sono rimasti sulla scrivania. Forse sarebbe meglio alzarsi a prenderli per metterli sul comodino, a portata di mano in caso di necessità. Anche solo per una questione di scaramanzia. Ci penso un po’ su. L’occhio, in fondo, non mi fa più così male. E poi, complice l'oretta e mezza di danza Masai, sono esausto e non ho voglia di alzarmi. Così mi tocca farlo alle quattro di notte quando, in preda a fitte lancinanti, brancolo verso la scrivania, inciampando prima nelle ciabatte e poi nella sedia, aggiungendo dolore al dolore. Ingurgito finalmente i miei antidolorifici e penso che ormai, drogato e zoppo, sono proprio come il dottor House. Fascino irresistibile a parte. È su quello che mi resta da lavorare.

All’ospedale mi hanno lasciato una tabella dove annotare l’andamento del dolore. Per martedì, giorno dell’intervento, barro la casella “molto marcato”, ma solo perché “tendente a infinito” non c’era.

Il secondo giorno si rivela già meglio del primo. Complice la notte ad ostacoli, mi sveglio distrutto. Ho un campionario di colliri da competizione da utilizzare in sequenza, ad intervalli di sette ore. E poi bisogna fare attenzione a germi e batteri! Ne ho una scatola piena, ma comincio già a risparmiare sulle garze sterili monouso. Non mi va di sprecarle. Il gel criogenico decongestionante, invece, è una boiata pazzesca e lo capisco già alla prima applicazione. Lascia una piacevole sensazione di fresco, ma è come pretendere di bonificare un terreno minato con gli spruzzi di un annaffiatoio.

Il dolore è decisamente più accettabile. L’occhio continua a farmi male ma almeno adesso, quando lo apro e mi guardo intorno, non rischio più di confondere la mia stanza con una delle celle di Tana delle Tigri. Per non rompere l’incantesimo, teorizzo la strategia del “Toradol preventivo” e decido di metterla in esecuzione seduta stante, all’insaputa di parenti e familiari. Si comincia finalmente a ragionare. Nel mio personale cartellino a bordo ring, prenoto la casella “dolore moderato”.

Alle undici mi portano in ospedale per la prima visita di controllo. Il mio oculista m’accoglie con calore, stringendomi la mano.

“Come va?”.
“Oggi meglio. Ieri invece è stata una giornata terribile”.
“Ha provato molto dolore?”.
“Moltissimo. Mel Gibson sarebbe fiero di me”.
“Le assicuro che è normale dopo un intervento come questo”.
“Mi rendo conto”.
“Vedrà che il peggio è passato”.
“Ne sono certo”.

Il mio oculista è un angelo. Mi prova la vista e annota nove decimi sul suo taccuino. “A meno di ventiquattro ore dall’operazione, è davvero un ottimo risultato!”. Gli faccio un sacco di domande, molte delle quali inutili, ma lui è una persona squisita e mi dà tutte le risposte del caso. Il fatto è che a casa mi aspetta la cripta, così sorda e buia, e non ho una gran voglia di ritornarci. Lui lo capisce e un po’ m’asseconda. Ma fuori c’è una coda di pazienti che reclamano la stessa attenzione. Tocca farsene una ragione.

A casa, la cripta m’accoglie con le sue penombre crepuscolari, insieme all’armamentario di colliri e medicazioni. Servono ad accelerare la cicatrizzazione e a mantenere ben idratata la lente a contatto che protegge l’occhio di Moody. Tutto sommato, sto molto meglio. Rimane solo un fastidioso effetto collaterale: la noia. Non posso leggere, non posso scrivere, non posso guardare un film, non posso recuperare qualche serie, e le persone più importanti della mia vita sono lontate, o in vacanza o al lavoro. Ma c’è la musica. Decido che, per il mio occhio malandato, ci vuole qualcosa di corroborante. Impiego quasi un quarto d’ora a decidere da quale disco dei Pink Floyd cominciare. Alla fine opto per “Atom heart mother”. Scelta decisamente infelice, visto che, già a metà della suite iniziale, mi vien voglia di ascoltare “Ummagumma”. Faccio forza su me stesso e m’impongo di proseguire nell’ascolto: ho un sacco di tempo da riempire e non mi sembra costruttivo cominciare subito a saltare da un disco all’altro. Così arrivo all’ultima traccia dopo aver bramato per tutto il tempo “Careful with that axe, Eugene”. Messo “Ummagumma”, finalmente mi placo. Seguono “Wish you were here”,“The final cut” e per ultimo “Animals”, un disco che non ho mai capito davvero e senza crucciarmene più del dovuto.

Dopo la batteria di colliri delle ventitrè, mi stendo e provo a dormire. Secondo i miei calcoli, la strategia preventiva dovrebbe preservarmi per altre otto ore. Ne passano tre e mi sveglio in preda a dolori assurdi. Tra le altre cose, realizzo che forse dovrei cambiare modello statistico. Fortuna che stavolta il Toradol è in bella mostra sul comodino. Ingurgito la pasticca, stringo i denti e aspetto che faccia il suo effetto. Piombo in un sonno profondo di quasi quattro ore. Poi suona la sveglia per l’altra batteria di colliri, quella delle sette. Non importa se non riesco a guardarmi allo specchio. So per certo di avere uno splendido aspetto.

Mercoledì è il giorno in cui mi faccio coraggio e decido di uscire dal mio isolamento. Accendo il portatile e, furtivamente, apro Mail per controllare la posta, Vienna per i feed e Safari per la pagina di Facebook. Per certe dipendenze, non basta la chimica: è indispensabile la banda larga. Non leggo tutti gli articoli in arretrato, ma già scorrere i titoli è una tonificante boccata d’ossigeno. Poi c’è la posta. Tante mail di servizio, qualcuna di lavoro ma, soprattutto, una di V. a cui rispondo alla cieca, provando ad indovinare le lettere sulla tastiera. Il tutto mi fa così bene che decido di osare e carico nella mia pagina di Facebook una cinquantina di foto del viaggio in Tanzania. Finché dura, è un’euforia salutare. Poi mi do ai cantautori: “Prendere e lasciare” di De Gregori (disco che riascolto di rado, perché mi riporta con precisione chirurgica ai tempi del liceo e mi fa sentire vecchio), “L’Imboscata” di Battiato e “Da questa parte del mare” di Gianmaria Testa.

(Interrompo perché ho visite. Ci sentiamo più tardi…)

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